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Libertà di espressione,
libertà d'opinione
Negli Stati Uniti
l’ipotesi di una legge Mastella che punisce l’apologia dei crimini
contro l’umanità è costituzionalmente impossibile, sia a livello
federale sia statale. Una legge di questo tipo è proibita, senza tanti
giri di parole, dalle prime e chiarissime due righe del primo
emendamento della Costituzione federale: “Il Congresso non potrà fare
alcuna legge… per limitare la libertà di parola o di stampa”. Il caso è
chiuso qui. La diffusione di idee, anche le più detestabili, come il
razzismo o la negazione dell’Olocausto, è permessa e garantita. Un
esempio su tutti: l’ex leader del Ku Klux Klan, David Duke, è stato
eletto deputato nello Stato della Louisiana e si è candidato due volte a
presidente degli Stati Uniti, oltre che a governatore e a senatore di
Washington. Duke propone la segregazione razziale, promuove l’eugenetica
ed è un antisemita militante, tanto da essere stato l’ospite d’onore
alla famosa Conferenza sull’Olocausto di Teheran organizzata da Mahmoud
Ahmadinejad.
Il primo emendamento della Costituzione – che garantisce anche la piena
libertà religiosa – è il pilastro del “freedom of speech” americano. A
differenza dei paesi dell’Europa continentale, quelli anglosassoni sono
regolati dalla common law, cioè da un diritto consuetudinario e non
positivo. Sicché le eccezioni americane a questa libertà pressoché
totale di espressione del pensiero sono state decise dalle sentenze
della Corte suprema. Secondo i giudici costituzionali, per esempio, il
primo emendamento non protegge l’oscenità, la pornografia infantile e
nemmeno “l’espressione commerciale”, cioè la pubblicità. In questi casi
il Congresso può intervenire, restringere e regolare.
C’è anche un altro tipo di espressione del pensiero che i giudici hanno
vietato, più simile al caso della legge Mastella, quello che “promuove
l’uso della forza o della violazione della legge nel caso in cui questa
promozione sia diretta a incitare o a produrre imminenti azioni illegali
ed è probabile che inciti o produca tali azioni”. Ma anche in questo
caso estremo di limitazione del diritto di parola si può notare la
differenza tra l’ipotesi del governo italiano e il sistema americano.
Nelle parole di una famosa opinione del giudice Oliver Wendell Holmes,
ai primi del Novecento, “la più rigorosa protezione della libertà di
espressione non protegge un uomo che falsamente urla ‘al fuoco’ in un
teatro causando panico… La domanda in ogni caso è se le parole usate
creano un pericolo chiaro e attuale”. In quel caso specifico la Corte
aveva deciso per l’illegalità della distribuzione di volantini contrari
alla leva obbligatoria durante la Prima guerra mondiale, perché
costituiva “un pericolo chiaro e attuale” per la campagna di
reclutamento bellico dello stato. In seguito questa sentenza è stata
ribaltata, facendo rientrare nella protezione del primo emendamento
anche l’aperta contrarietà alle politiche belliche del governo. Ma nel
1968 la Corte ha dato torto al pacifista David O’Brien che era stato
condannato per aver bruciato la cartolina di arruolamento. Secondo i
giudici, invitare alla diserzione è lecito, bruciare un documento
governativo non rientra nella libertà di espressione.
Il concetto generale del modello americano è questo: le parole che
incitano all’odio, di per sé, non sono vietate, ma la protezione
costituzionale viene a mancare quando si incita a violare la legge ed è
probabile che quelle violazioni si verifichino. Nel 1992, la Corte
suprema ha giudicato incostituzionale un’ordinanza dell’Università di
St. Paul che proibiva l’esposizione di simboli come la croce infiammata
o la svastica nazista. I giudici hanno ribadito che “lo stato non può
proibire l’espressione di un’idea, semplicemente perché la società trova
quell’idea offensiva o sgradevole”. Altra cosa è se le croci infiammate
servono a intimidire o a minacciare una persona, in questo caso la Corte
ha ribadito che una legge statale che proibisce questo tipo di atto non
è protetta dal primo emendamento. Anche la diffamazione è un’eccezione
alla libertà di esprimere le proprie opinioni garantita dal primo
emendamento, ma in America è praticamente impossibile far condannare
qualcuno per questo reato, perché il diffamato dovrà provare con
“chiarezza” che la diffamazione è stata fatta con “reale
premeditazione”. Se non ci riesce, è libertà d’opinione.
La première
dame francese:
«Felice di non essere più italiana»
PARIGI - Carla Bruni ha detto di essere felice di non essere più
italiana dopo le frasi di Silvio Berlusconi che aveva definito
«abbronzato» Barack Obama. La moglie di Nicolas Sarkozy a febbraio ha
ottenuto la nazionalità francese. «Quando sento Berlusconi prendere
questa cosa alla leggera e scherzare sul fatto che Obama è "sempre
abbronzato", mi fa strano. Lo si metterà sull'umorismo... Ma spesso,
sono molto felice di essere diventata francese», ha dichiarato la Bruni
in un'intervista apparsa domenica su Le Journal du Dimanche.
CAMBIARE LE ÉLITE IN SENSO MULTICULTURALE - La première dame di Francia
nell'intervista ha detto inoltre che, dato il suo ruolo di moglie del
presidente, non ritiene più opportuno firmare petizioni, ma desidera
impegnarsi per l’uguaglianza, aiutando le élite a cambiare. «Se fossi
soltanto ’la cantante’ Carla Bruni, firmerei senza problemi il manifesto
per l’uguaglianza reale in Francia, ma mi chiamo Bruni-Sarkozy e il mio
nome mi appartiene meno». La modella-cantante si è però detta d’accordo
con le linee generali di questo testo: «Mi sono spesso chiesta da dove
veniva il blocco delle nostre società che fa in modo che siamo così
bianchi, nelle élite, in Parlamento, nei circoli dirigenti (la musica,
la moda sono una cosa diversa) mentre la società è un incrocio», ha
proseguito, «Siamo paralizzati dalle abitudini. Il potere ha spesso
avuto la stessa testa, uomini bianchi e piuttosto vecchi. Le abitudini,
alla fine, diventano una sclerosi.. Mio marito non è Obama. Ma i
francesi hanno votato per il figlio di immigrato ungherese, il cui padre
ha un accento, la cui madre è di origine ebrea; e ha sempre rivendicato
di essere un po’ un francese venuto da altrove. E anch'io non
corrispondo al profilo di première dame: sono un artista, nata
italiana!».
RAZZISMO CON NAOMI - Poi Carla Bruni ha parlato di un episodio di
razzismo avvenuto nel 1992 negli Stati Uniti. «Siamo stati in Sud
Carolina diversi giorni per un servizio fotografico. Ma io e Naomi
Campbell abbiamo sempre pranzato nella nostra roulotte, anche se lì
vicino c'era un buon ristorante. Quando ho chiesto il motivo, mi hanno
risposto che Naomi non l'avrebbero mai fatta entrare, perché di pelle
nera. Veder vincere Obama, è stata quindi una gioia immensa».
COMMENTI - «Anche noi italiani siamo ben lieti che Carla Bruni non sia
più italiana, anzi siamo addirittura felici. Chissà che un giorno Carla
Brunì non sia costretta dalla sua burrascosa vita a richiedere la
cittadinanza italiana», ha commentato il presidente emerito della
Repubblica Francesco Cossiga.
«La signora Carla Bruni è libera di dire e pensare ciò che vuole. La
signora Carla Sarkozy farebbe bene a ispirarsi a una maggiore cautela.
Felice di non essere italiana, ma abbiamo potuto apprezzare quanto sia
felice di guidare italiano e di parlare con terroristi italiani» ha
sottolineato invece il vicepresidente dei deputati del Pdl, Osvaldo
Napoli che aggiunge: «La sinistra dè noantri, ammutolita per
l'occasione, non ha una parola da spendere, non dico in difesa del
premier (verrebbe giù il cielo) ma per l'italianità offesa. Ieri con
Stalin oggi con Carla Bruni. Aspettiamo con ansia, ma temo inutilmente,
il giorno in cui la sinistra starà dalla parte dell'Italia».
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