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Le libertà in Internet
sono in grave pericolo

Qualora
dovesse essere approvato un insieme di direttive, in discussione al
Parlamento Europeo, Internet cambierà così:
| 1) |
non potrai
più collegarti a Internet solo per aver condiviso un file |
| 2) |
sarà
possibile conoscere il contenuto del tuo traffico Internet |
| 3) |
non potrai
usare liberamente FTP, Skype, chat, p2p |
| 4) |
sarà il tuo
provider a scegliere quali siti web potrai visitare e quali no. |

Ma allora Orwell aveva
veramente visto giusto!
George Orwell, 1984
Il racconto illustra l'ingranaggio
di un governo totalitario. L'azione si svolge in un futuro prossimo del
mondo (l'anno 1984) in cui il potere si concentra in tre immensi
superstati: Oceania, Eurasia ed Estasia. Londra è la città principale di
Oceania. Al vertice del potere politico in Oceania c'è il Grande
Fratello, onnisciente e infallibile, che nessuno ha visto di persona.
Sotto di lui c'è il Partito interno, quello esterno e la gran massa dei
sudditi. Ovunque sono visibili grandi manifesti con il volto del Grande
Fratello. Gli slogan politici ricorrenti sono: "La pace è guerra", "La
libertà è schiavitù", "L'ignoranza è forza".
Il Ministero della Verità, nel quale lavora il personaggio principale,
Winston Smith, ha il compito di censurare libri e giornali non in linea
con la politica ufficiale, di alterare la storia e di ridurre le
possibilità espressive della lingua. Per quanto sia tenuto sotto
controllo da telecamere, Smith comincia a condurre un'esistenza ispirata
a principi opposti a quelli inculcati dal regime: tiene un diario
segreto, ricostruisce il passato, si innamora di una collega di lavoro,
Julia, e dà sempre più spazio a sentimenti individuali.
Insieme con un compagno di lavoro, O'Brien, Smith e Julia iniziano a
collaborare con un'organizzazione clandestina, detta Lega della
Fratellanza. Non sanno tuttavia che O'Brien è una spia che fa il doppio
gioco ed è ormai sul punto di intrappolarli. Smith viene arrestato,
sottoposto a torture e a un indicibile processo di degradazione. Alla
fine di questo trattamento è costretto a denunciare Julia.
Infine O'Brien rivela a Smith che non è sufficiente confessare e
sottomettersi: il Grande Fratello vuole avere per sé l'anima e il cuore
di ogni suddito prima di metterlo a morte.
In 1984, George Orwell interpreta la dittatura come l'assenza di libertà
per tutti gli individui. Nessuno escluso. Nemmeno i funzionari più alti
del "partito" al potere, infatti, godono di alcun privilegio; anzi, sono
i primi e i più convinti fautori dell'autolimitazione della libertà
personale. Esemplare è l'interrogatorio finale condotto dal funzionario
ai danni del protagonista, in cui il primo dimostra tutto il proprio
fervore ideologico difendendo la pratica del bis-pensiero (artificio che
limita, mediante la sottrazione di termini atti a esprimerli, i concetti
a disposizione dei cittadini) e praticandola egli stesso con assoluta
convinzione.
Forse, il motivo per cui 1984 è uno dei romanzi più inquietanti della
storia della letteratura è proprio questo: la dittatura ipotizzata da
Orwell è disumana: non abbiamo nemmeno il conforto (inconscio) che ci
potrebbe derivare dal constatare l'umana "corruzione del privilegio"
che, sotto sotto, ci aspetteremmo dalla classe al potere, quale che essa
sia. La dittatura immaginata da Orwell è una dittatura mentale, non
fisica; viene imposta con il lavaggio del cervello, con le sparizioni
improvvise, senza alcun clamore, senza alcuna violenza apparente.
Nel libro quel funzionario lascia intravedere una realtà ancora più
inquietante: la disumanizzazione del potere è rappresentata proprio
dalla scelta di rendere immortale il Grande Fratello. In realtà Orwell
estremizza una tendenza comunissima di tutte le dittature, la
deificazione del capo, ma il risultato è comunque terrificante. L'uomo
di Orwell sceglie il potere come fine supremo, e non come mezzo per
acquisire la "libertà" di dominare, diventando egli stesso schiavo del
meccanismo che ha creato. Ricordo una frase di Fromm, se non mi sbaglio
in "Psicanalisi dell'amore". Egli si chiedeva se era più libero il
carcerato o il suo guardiano, concludendo che entrambi erano prigionieri
di un "meccanismo" che non permette all'uomo di raggiungere il suo vero
fine, coltivare la propria umanità. Gli impiegati del partito interno
godono di piccoli privilegi, quale l'ereditarietà della loro condizione
e razioni più abbondanti, ma sono essi stessi schiavi dell'idolo che
hanno creato.
Quello che spaventa, in Orwell, è la Folla: questa massa di persone
omologate, istigate a comando a scatenare gli istinti violenti nel corso
delle sessioni appositamente inscenate nelle aziende enormi e
spersonalizzate, che si comportano tutte allo stesso modo, che accettano
tutte con passiva convinzione l'ideologia imposta dal Grande Fratello. E
non c'è ribellione, non c'è resistenza: a ribellarsi è un singolo,
smarrito nella marea degli omologati, e per questo è condannato sin
dall'inizio. Il lettore lo sa, lo sa bene, e quindi l'angoscia non lo
abbandona mai.
L'elemento più inquietante del libro è proprio il "salto di qualità" che
il Grande Fratello aveva fatto compiere alla dittatura. Egli non solo
pretende obbedienza assoluta, ma anche la spontanea condivisione del
sogno. E' significativo che i dissidenti vengano giustiziati soltanto
dopo la loro "spontanea" adesione al regime, quando sono convinti dell'
"equità" della loro pena.
L'ultimo passo del Grande Fratello è la prevenzione dell'opposizione,
mediante la limitazione della capacità di pensiero ottenuta tramite una
lingua in cui non è possibile più esprimere il proprio pensiero (la
prima ribellione del protagonista è consistita proprio nello scrivere su
di un quaderno: "Odio il Grande Fratello"). Se l'uomo non ha la capacità
di identificare in maniera razionale il motivo della sua sofferenza,
poiché non ha parole per esprimerlo e per rifletterci, allora non può
neanche definire la causa della propria sofferenza e l'oggetto del
proprio odio.
Tutto quel che rimane è soltanto un rancore indefinito, che può essere
spazzato via attraverso le sedute di "odio collettivo".
La relazione tra linguaggio e capacità critica e' estremamente
interessante. Come impostare un ragionamento logico-deduttivo se nella
propria lingua non esiste il periodo ipotetico? Le capacità di
astrazione sono influenzate dal linguaggio utilizzato se l'uomo non è in
grado o non può, nel caso prospettato in 1984, modificare la propria
lingua?
In quest'ottica, credo che l'impoverimento del linguaggio a cui
assistiamo
attualmente sia preoccupante. Che cosa ne pensate della scomparsa del
congiuntivo dalla televisione?
Credo che 1984 sia uno di quei libri che "avvelena" l'anima, e che per
questo non possa essere messo da parte senza ragionarci a lungo.
Altro spunto di discussione: il ruolo della guerra, interna ed esterna,
nell'economia di una dittatura. Credo che nello sviluppo di questo tema
si
riconoscono le basi culturali socialiste di Orwell.
La dittatura ipotizzata da Orwell usa e sviluppa la tecnologia, e
sembrerebbe che il fine sia quello di vincere la guerra contro Estasia
e/o Eurasia. In realtà questa e' il solo modo per mantenere la
disciplina interna, in quanto le esigenze di produzione bellica non
permettono l'aumento della produzione per il consumo, e quindi il
miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. La maggior
parte degli storici "materialisti" individua proprio nel miglioramento
delle condizioni di vita dei "sottoposti" uno dei fattori più forti di
destabililizzazione del potere. I gruppi che non devono preoccuparsi
della propria sopravvivenza materiale, solitamente chiedono la
partecipazione alla gestione del potere. Ecco perché la guerra è una
condizione permanente per la dittatura orwelliana, la cui necessarietà
viene compresa, soltanto alla fine, dal protagonista.
E' difficile rendere avvincente un trattato politico, eppure Orwell c'è
riuscito benissimo, creando un mondo verosimile in cui l'uomo è un
semplice, sostituibile ingranaggio della macchina della dittatura.
Inoltre credo che 1984 sia così inquietante perché identifica ed
estremizza alcuni aspetti del potere che possono essere ritrovati non
solo nella dittatura stalinista alla quale Orwell si è ispirato, ma
anche nella nostra democrazia, come ad esempio la relazione tra potere e
strumenti di comunicazione (Tv, radio, giornali), oppure potere e storia
(Kundera ha scritto in uno dei suoi romanzi che i potenti si
impadroniscono delle stanze in cui si scrive la storia per controllare
il futuro).
Associo questo libro a Fareneith 451 di Bradbury, che pur essendo molto
bello, trovo molto meno inquietante a confronto.
Soprattutto la dittatura in 1984 nasce grazie al continuo revisionismo
storico, all'aggiornamento quotidiano della "Verità". Infatti, quando si
combatte un nuovo nemico, si eliminano o si correggono tutti i
precedenti articoli, libri, riferimenti al vecchio nemico. (Il mondo era
diviso in tre imperi). Alla fine, è lecito (e viene detto) dubitare
addirittura che la guerra esista.
Questa, come è già stato detto da altri, è una prassi comune (seppur non
in
modo tanto palese e sistematico come nel romanzo di Orwell) a tutte le
dittature: i libri di testo, soprattutto, vengono alterati a seconda di
ciò che conviene alla classe dominante. Ma il revisionismo si estende
anche a altri campi.
Orwell porta questo procedimento all'estremo, ma quello che più colpisce
non è tanto l'operazione di revisione continua effettuata dalla classe
dominante, quando altri due elementi: la passività con cui la
cittadinanza accetta come "verità" qualcosa che sa benissimo non essere
vera; e la presenza di un vero e proprio "ministero" dove gli impiegati,
quotidianamente, hanno il compito di riscrivere i giornali e i libri di
storia per adeguarli alla situazione attuale. Ma, ancora più
inquietante, forse, è il fatto che i libri e i giornali "originali"
vengano sistematicamente distrutti, contribuendo così alla creazione di
un mondo fasullo a cui anche gli stessi membri della classe al potere
non possono fare a meno di credere. |